lunedì 22 maggio 2017

meno uno

alla figlia manca solo un esame per laurearsi (la tesi, che all'epoca mia richiedeva un sacco di tempo e di impegno, ormai è ridotta a una tesina, venti paginette scopiazzate su Netflix e si toglie il pensiero). Ci ha messo tre anni esatti, è stata bravissima. Il 4 settembre ricomincia a Milano, la Bocconi l'ha presa. Sono così orgogliosa della mia apparentemente svagata figlietta: quando si mette in testa un obiettivo lo raggiunge e non ha le mie crisi d'inadeguatezza, procede spedita nella vita senza scordarsi di godersela il più possibile. Come ho fatto a farla venir su così bene?

domenica 21 maggio 2017

Gin tonic a occhi chiusi


una madre ingombrante, dispotica, snob, sempre pronta a mettere in competizione i figli tra loro e con una spiccata predilezione per il minore dei tre: a dominare il romanzo di Marco Ferrante, Gin tonic a occhi chiusi, pubblicato da Giunti, è il personaggio della sessantenne Elsa Misiano, tutt’altro che simpatica. Ma è impossibile simpatizzare per qualcuno in questo romanzo corale, ambientato nell’alta borghesia romana (i tre fratelli sono uno fiscalista, uno deputato e uno giornalista) che si tiene impegnata imbastendo inciuci, scambiando pettegolezzi, scivolando in annoiati adulteri. Paolo spende trentamila euro per la collana di Bulgari che la sua amante reclama; la collana finisce tra le mani di una escort amica dell’amante che se la tiene per non far scoppiare uno scandalo che poi scoppia lo stesso; la carriera politica di Paolo si salva grazie al suo impegno casuale contro le pale eoliche che lo fa amare dagli ambientalisti; sempre Paolo mette incinta l’amante mentre la moglie sta per avere il quarto figlio e la moglie, magnanima, se lo riprende in casa e organizza anche la festa di compleanno, quando la bambina nata dalla relazione extraconiugale compie un anno. E Gianni e Ranieri non sono da meno, quanto a storie lavorative e amorose pasticciate e svuotate di senso. A una materia già gelida, Ferrante sovrappone un narratore beffardo, che registra i movimenti dei Misiano e di chi gravita intorno a loro con spazientito distacco. Di Anna, la donna che prima si mette con Gianni e poi con Ranieri, a un certo punto si dice che le piacciono le storie “che non significano niente se non quello che dicono”. Quella raccontata in Gin tonic a occhi chiusi, è una storia così, una storia che si fa specchio di un mondo, rinunciando a ogni altra ambizione.

Sicilian Ghost Story


la storia di Giuseppe Di Matteo, tredici anni, tenuto prigioniero dai mafiosi 779 giorni per spingere il padre pentito in carcere a ritrattare le sue confessioni e poi strangolato e sciolto nell’acido, è agghiacciante di per sé. I registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza in Sicilian Ghost Story la raccontano come una fiaba dell’orrore. Immaginano che l’unica persona veramente intenzionata a cercare Giuseppe sia una sua compagna di classe, Luna, innamorata di lui; ambientano il film in un bosco in cui compare un cane feroce; dotano Luna di una madre-matrigna svizzera che non capisce il suo dolore e di un padre gentile malato di diabete che di nascosto si abboffa di coca cola e supplì. All’inizio ho pensato che la chiave fiabesca ci poteva stare e che la prigionia di Giuseppe e la sua morte sarebbero state solo evocate. Mi sbagliavo: Sicilian Ghost Story non risparmia nulla allo spettatore: da una parte infarcisce il racconto di simboli oscuri (la cantina umida, la civetta), dall’altra fa vedere il bel ragazzo delle prime sequenze sempre più sofferente di prigione in prigione, di carceriere in carceriere. Non mi è piaciuta la sceneggiatura piena di riempitivi (non rappare con me, dice Luna al fidanzato della sua amica: che c’entra? E la mamma che si fa continuamente la sauna? E lungo il pic nic con incubo e tentativo di suicidio?), ma soprattutto non mi è piaciuto il crescendo estetizzante, per cui mentre Giuseppe perde le forze ed è ridotto a una piaga sanguinolenta, un Giuseppe nudo, atletico e sorridente si china su di lui. E la scena del corpo sciolto nell'acido che si disperde lentissimamente nell'acqua è davvero insopportabile. Fai una fiaba: inventati qualcosa, se no hai solo pasticciato sull’horror che ci circonda.

cinque chilometri in quaranta minuti

non avrei mai pensato di poter correre i cinque chilometri della Race for the cure non competitiva, ma Giovanna correva, Adele correva, Carla correva, io volevo correre insieme a loro e non ci siamo mai fermate. C'era una folla immensa, per lo più femminile, e molto festosa. Siamo partite dalla Bocca della Verità, abbiamo girato intorno a piazza Venezia,  intorno al Colosseo, intorno alle Terme di Caracalla, arrivando all'inizio del Circo Massimo. Sole e vento fresco. Una grandissima soddisfazione. Nel pomeriggio arrivare a piedi al cinema Giulio Cesare una grandissima tortura.

sabato 20 maggio 2017

dopo il crollo

stavo davvero male stamattina e solo il mio innato senso del dovere mi ha fatto rispettare la tabella di marcia che mi ero imposta. E comunque la sudata intervista con Ford (che non è affatto un agnellino e si storce subito, per una liberatoria da firmare, per una domanda che non lo convince) alla fine mi ha dato soddisfazione e anche lui era contento e mi ha abbracciato con slancio; con Kurieshi ero più rilassata e mi sono anche divertita e Lethem ha retto bene le mie domandine, in parte spiegandomi il suo romanzo, in parte dicendo che ama lasciare questioni in sospeso. Dopo gli incontri in albergo ho preso un'aspirina che, da quando ero piccola, è il mio toccasana e in effetti mi sono sentita un po' meglio e ho potuto affrontare il resto del mio programma al salone. Mi è passato quello che il mio anonimo commentatore chiama calo di autostima e che è una forma di consapevolezza malata che, se prendesse il sopravvento mi impedirebbe di fare il lavoro che faccio, ma forse anche di uscire di casa. È chiaro che rimbambirsi di letture e poi chiedere agli scrittori di illustrare i loro libri non è la più sensata delle occupazioni, ma è quella che meglio mi si adatta al momento. Quando non mi andrà più, potrò sempre cambiare, mettermi a scrivere testi per il sito o i comunicati che la mia capa mi chiede in continuazione. L'importante è che il prossimo festival lo prenda più alla leggera.

impanicata

mi sveglio con un gran mal di testa e tutto mi costa fatica, chiudere la valigia, far colazione, vestirmi. Ho una faccia cadente, due occhiaie che non finiscono mai. Mi trascino alla metro. Sono sul piazzale del Lingotto, a pochi metri dell'albergo dove devo fare tre interviste in inglese. Le domande fanno schifo e il mio inglese pure. L'ho fatto milioni di volte, mi sembra di non averlo fatto mai. Tentazione di fuga. Staccare il cellulare, prendere un treno in una direzione qualunque, lasciare la valigia in albergo. Invece entrerò all'NH, farò le domande agli scrittori stufi di sceme interviste, poi andrò  al Salone e continuerò a fare sceme interviste e stasera tornerò a casa con la valigia.

venerdì 19 maggio 2017

secondo giorno di salone

ieri tre intervistine: Sanchez, Andruetto (con Carlo felice di poter sfoggiare il suo spagnolo imparato sul campo con gli scrittori argentini e loro che ricambiavano con grandi baci a me e a lui) e Fior, venuto apposta al salone per raccontarci il suo audiolibro su Alice nel paese delle meraviglie. Oggi il gioco si è fatto duro: io e la troupe avanti e indietro da un capo all'altro dei padiglioni. Tra un Pennac scatenato che ha mandato in visibilio il pubblico di insegnanti e bibliotecarie raccontando di essersi messo a leggere per imitare suo padre che, con la pipa in bocca, la vestaglia e Dostoevskji tra le mani, era il ritratto della felicità; Fois e Culicchia molto concentrati su sé stessi (mi fa un po' impressione quando l'intervistato non mi guarda in faccia e parla alla telecamera come se io non ci fossi); i cinque relatori al convegno su Don Milani (che ho fatto in due tranche aspettando un'ora fuori dalla sala); l'autore dell'ultimo momento ( Gabriele Clima che mi è stato proposto lì per lì con Il sole fra le dita, il suo romanzo per ragazzi che ho letto durante l'attesa di cui sopra); Daniele Zito, il siciliano precario che si è inventato i ghost worker e li ha raccontati in Robledo, che non è male per niente; l'argentina Osorio che mi è stata molto simpatica, sono riuscita pure ad innamorarmi. È successo durante l'intervista a Franco Lorenzoni, il maestro elementare che mi ha parlato di Don Milani. Mentre lui parlava, io pensavo, com'è bravo, com'è intelligente, e che bella faccia che ha. Due minuti, forse cinque. Preziosi. Ora sono distrutta dalla stanchezza ma sostenuta dall'entusiasmo per il primo incontro di domani. A tu per tu con Richard Ford alle nove e mezza di mattina. E lo chiamano lavoro.

giovedì 18 maggio 2017

ci mancava solo Paco

ieri mentre mi avviavo a mensa mi ha chiamato  l'ufficio stampa di nuova frontiera felice di fissarmi un appuntamento con Paco Ignatio Taibo II. Il riso in bianco mi è andato di traverso: il suo libro l'avevo  lasciato indietro, contando sul fatto che lui avrebbe avuto tanti impegni e a me mi avrebbe saltato. Così nel pomeriggio ho finito di rivedere le domande, di stamparmi tutto e, appena arrivata dal parrucchiere, ho preso in mano Ombre sull'ombra e mi ci sono tuffata con ardore disperato. Sono un'uscita da lì un'ora e mezza dopo più spettinata di prima (non mi sonno fatta fare la piega, ero stufa di stare là dentro, dovevo ancora fare la spesa e andare da Giulia) e con le idee molto confuse riguardo al romanzo che  avevo appena finito di leggere. In più mi angustiava non aver potuto fissare le interviste su Don Milani per la latitanza dell'ufficio stampa. Ora su questo versante si è aperto uno spiraglio e Pietro ha detto che Paco è simpatico e brillante, qualcosa di buono uscirà. Sono sul treno con Carolina di fronte, un romanzo americano sulle ginocchia e Carlo nell'altro scompartimento. Buona compagnia e la tensione si è sciolta.

martedì 16 maggio 2017

enchanté

Olivier Bourdeaut ha un'aria da ragazzo, basso di statura, abbronzato, bel sorriso. Si è presentato alle dieci insieme a una giovane nera, alla bravissima traduttrice dal francese e a Daniela dell'ufficio stampa. Mi ha detto, enchanté, si capiva che era di buon umore. Io ero di corsissima, già proiettata sulle mille cose da fare in Dear in vista della partenza per Torino. Li ho fatti sedere e ho acceso la telecamera mentre lui mi chiedeva se mi era piaciuto Aspettando Bojangles (sì mi era piaciuto). Avevo letto sue interviste molto laconiche; oggi parlava parlava. Gli piaceva anche sentirsi tradotto, ha detto che in italiano le sue parole suonavano più intelligenti. Un tipo pieno di energia. Dieci minuti ed eravamo tutti fuori di qui.

lunedì 15 maggio 2017

Del dirsi addio


una coppia che litiga in un ristorante alla presenza del figlio, una sosta di notte lungo la strada per fare pipì, il bambino di undici anni che scompare dal sedile posteriore: c’è un giallo nel nuovo romanzo di Marcello Fois, Del dirsi addio (Einaudi), ma al centro dell’attenzione dello scrittore non c’è tanto la famiglia spezzata quanto il commissario che indaga sul caso. Sergio Striggio è un poliziotto anomalo: per prima cosa è gay ed ha un amatissimo compagno, Leo, anche se non lo presenta a parenti e colleghi. E poi è colto, da piccolo era fissato con Leon Battista Alberti e tutti si aspettavano da lui grandi cose, non che facesse il mestiere del padre, Pietro. Quest’ultimo è sempre stato una presenza ingombrante nella vita di Sergio, non sono mai andati d’accordo, e la malattia e la morte della madre hanno alzato il livello delle loro ostilità. Ora Pietro sta morendo di cancro e accetta l’invito di Sergio a Bolzano. La ricerca del bambino va di pari passo all’evoluzione del rapporto tra padre e figlio. Un marito infedele, una madre che ha avuto un’infanzia terribile, una maestra instabile, un prete angosciato, una zia che di nascosto tira le fila… tra questi personaggi deve orientarsi Sergio per trovare il bandolo di una matassa alquanto intricata. Intanto l’ispettrice capo Menetti s’innamora di lui e farebbe di tutto per vincere la partita contro Leo. La veste narrativa è apparentemente diversa, Bolzano è quanto di più lontano c'è dalla Sardegna, ma Del dirsi addio, come altri romanzi di Fois, parla di famiglie che si autodistruggono e di famiglie che si ricompongono, della difficoltà che abbiamo noi umani a capire chi siamo e a farlo capire agli altri.

domenica 14 maggio 2017

allergica al paradiso

stamattina del mio raffreddore non c'era più traccia. In compenso l'idea di passare tre quattro ore sdraiata in piscina senza far nulla, pur nello scenario splendido di Villa Cimbrone, mi inquietava. L'alternativa era avviarmi a piedi verso Amalfi da sola (il marito aveva già detto che non avrebbe più mosso un passo) e poi di corsa prendere un autobus per tornare su. Alla fine ho ripiegato sulla scelta più comoda: lettino e lettura (avevo tutto il romanzo di Fois in pdf da finire entro oggi). Dopo un po' mi ballavano gli occhi e ho attraversato per l'ennesima volta la villa fino all'affaccio sulla scogliera. Di nuovo naso che cola e occhio che lacrima: quindi più che raffreddata dovevo essere allergica a qualcuna delle magnifiche piante del giardino di Ravello. Il marito ha avuto la conferma del fatto che non so rilassarmi. Un'altra cosa che non so fare è subire le attenzioni troppo solerti dei camerieri: non vedevo l'ora di tornare a versarmi da sola l'acqua. Tornando da Ravello abbiamo fatto tappa a Ercolano. C'ero stata da bambina e non me la ricordavo per niente. Si entra nel parcheggio sotterraneo  e si scopre con sgomento che le macchinette sono fuori uso e non c'è  nessun biglietto da ritirare. Gli scavi sono tenuti abbastanza bene anche se intorno ci sono dei palazzetti miseri che ci affacciano proprio sopra. Una Pompei in miniatura, perfetta per una visita rapida. I miei figli sono stati ipernutriti al ristorante dal nonno, stasera sono ancora in vacanza.

sabato 13 maggio 2017

raffreddatissima

una giornata calda e luminosa. Da Ravello ci siamo incamminati verso Minori: una bella passeggiata giù  per la montagna, fatta per lo più di scalini. Umore del marito altalenante: cambiare lavoro, fare base a Milano gli ha fatto bene, ma è così preso dalle nuove responsabilità che non è capace di staccare, risponde alle mail a raffica (ieri anche al telefono), non si rilassa. Io mi sentivo piena di forze, poi ho cominciato a starnutire e non ho più smesso. Da Minori abbiamo preso una barca per Amalfi e dieci minuti dopo eravamo lì. C'eravamo già stati due-tre volte con la barca; mai vista tanta folla come oggi. Dopo un breve passaggio dentro il duomo non vedevamo l'ora di risalire verso la quiete di Ravello. Pomeriggio in piscina alle prese con tre libri diversi in vista di Torino e il raffreddore è dilagato. Stasera marito allegro, mentre io sono uno straccio. Carino lo chef giovane che stasera dopo cena è venuto a chiacchierare con noi.