mercoledì 18 gennaio 2017

con Marta

s'intitola In Svizzera la cioccolata è più buona. Una storia di amicizia nell'Italia della Shoah, il libro per bambini di Marta Palazzesi pubblicato da Einaudi Ragazzi alla fine del 2015. Una vicenda semplice: Carlo che ha otto anni, è figlio unico, e vive in una fattoria isolata sopra Varese, incontra Michele, un dodicenne ebreo che si nasconde in una buca, dopo che i genitori con cui stava scappando in Svizzera da Milano sono stati catturati dai fascisti. Il piccolo montanaro non sa nulla di leggi razziali, di Mussolini, di neutralità, ma decide di aiutare il ragazzo che soprannomina Volpe, e capisce istintivamente che è meglio non parlarne con nessuno. In Svizzera la cioccolata è più buona è scritto in modo molto diretto, come tutti i buoni libri per bambini, e ha la capacità di far vedere al lettore quello che racconta. Marta Palazzesi, che è venuta oggi da me da Milano per farsi intervistare, dimostra meno dei suoi trentadue anni: sembra una ragazzina. La telecamera (anche la mia che è una telecamera per modo di dire) l'ha messa in imbarazzo, sembrava aver fretta di dare la risposta e sembrava chiedersi se quella che stava dando fosse la risposta giusta. Alla fine mi ha chiesto di rifare l'inizio e non è stata meno precipitosa della prima volta. Siamo poi rimaste a chiacchierare per un'ora. Che ci siano in giro scrittrici così brave e così determinate nella scelta del pubblico dei ragazzi fa ben sperare.

carico sempre la lavastoviglie

giornata di interviste sulla shoah raccontata ai bambini. Con Massimiliano Boni che ha scritto Il museo delle penultime cose parliamo di come il tema venga affrontato nelle scuole italiane e in quelle ebraiche, parliamo del suo libro, divaghiamo sugli scrittori italiani e i loro temi ricorrenti. È una mia fissazione, chi mi legge lo sa, il maschilismo di cui trasuda la narrativa del nostro paese. Boni non ne è minimamente affetto, almeno dal punto di vista letterario. Lui però ci tiene a dirmi, carico sempre la lavastoviglie. Tra un po’ gli scrittori che intervisto mi porteranno un certificato firmato dalle loro mogli.

martedì 17 gennaio 2017

admissibility

arriva una mail da Maastricht: confermano di aver ricevuto la richiesta di iscrizione del figlio al corso di economia, e dicono che per l'accettazione manca solo il diploma di maturità scientifica. E' pronto il figlio a cominciare da settembre la sua nuova vita di studente in Olanda? A giudicare dalla schifezzosa pagella appena presa (nove in ginnastica, otto in scienze, sette in inglese, cinque in matematica  e arte, tutti gli altri sei) e dalla pigrizia con cui si autogestisce direi proprio di no. D'altra parte è sopravvissuto a cinque mesi in Australia, non si è mai fatto rimandare, se vuole ottenere un risultato si mette a testa bassa e lo ottiene. Finora ha dato il minimo, perché dare di più gli sembrava uno spreco di energie. E io sono pronta a vederlo partire per le lande gelate? Assolutamente no. Ma che bello aver fatto un figlio così ardimentoso.

lunedì 16 gennaio 2017

notizie di Brigitte

incontrare Melania Mazzucco per un'intervista e trovarmi a parlare fitto fitto con lei di Brigitte e dei suoi guai è stato tutt'uno: come non c'è distanza nel suo ultimo libro tra la scrittrice e la sua protagonista, così non ce n'è tra Melania e la donna che, scappata dal Congo, sta faticosamente tentando di rifarsi una vita qui a Roma. Mentre il romanzo si chiudeva con qualche nota di speranza, per Brigitte i problemi non sono finiti: deve al più presto trovare una casa; il contratto che ha con la casa di riposo scade; il figlio grande non ha ancora trovato un'occupazione, il piccolo avrebbe bisogno di essere affiancato nei compiti a casa, l'amica che ospitava le due figlie a Matadi è morta e i parenti di questa non offrono più ospitalità alle bambine... La scelta di Mazzucco di raccontare una storia in pieno svolgimento, ancora piena di risvolti dolorosi, è stata coraggiosa; è stata un modo di farsi carico del destino di un'altra persona, una cosa rara, non solo tra gli scrittori.

domenica 15 gennaio 2017

la rosa del benzinaio


stanotte ho avuto un sonno agitato, avevo caldo e freddo, mi sentivo il naso chiuso e la testa in fiamme. Alle cinque di mattina ho preso un’aspirina e provato di nuovo a dormire. Intorno alle nove mi chiama mio padre e mi sveglia. Dice di essere per strada, dice che ieri ha preso una buca con la macchina, dice che ha dovuta lasciare la macchina a un distributore, dice che è andato a controllare che fosse ancora lì. Quando sono del tutto sveglia, lo richiamo e gli dico che non deve venire a pranzo da mia suocera in autobus, che vado a prenderlo. Lui protesta, ma alla fine acconsente. Oggi è andata così: l’ho preso, riportato e soprattutto sono riuscita a fargli spostare la macchina (se la lasciava all’interno dello spazio del distributore, domani mattina gliel’avrebbero portata via con il carro attrezzi). Mi ha fatto piacere essergli utile. Quello che mi sarei risparmiata è stato l’aneddoto che mi ha raccontato mentre andavamo verso Belsito. Qui c’era un distributore di benzina: il benzinaio era innamorato di tua sorella e le faceva trovare ogni volta una rosa, finché lei non gli ha fatto capire che non c’era storia. Vero? Falso? Chissà perché ogni volta che mio padre m’illustra il fantomatico passato della sua figlia bella, mi urto. Gelosa come una scimmia? Può darsi.

The Founder


Ray Kroc, il futuro fondatore dell’impero MacDonald’s, nella versione genialmente interpretata da Michael Keaton, è un uomo dai cinquant’anni mal portati, frustrato sul lavoro (va in giro a vendere frullatori, dopo aver venduto tavolini pieghevoli e chissà quanta altra roba), con una fiaschetta di liquore nella giacca: di notte ascolta un disco che lo invita alla perseveranza, e quando torna a casa trova una moglie sempre più ostile. Poi avviene il miracolo: s’imbatte nei  MacDonald: due fratelli che hanno aperto un chiosco a San Bernardino in cui si mangiano ottimi hamburger e patine consegnati all’istante in pacchetti di carta. Kroc, accolto a braccia aperte dai due ingenui ristoratori, fieri di mostrargli tutte le sue innovazioni, fiuta l’affare e riesce a convincerli a firmare un contratto di affiliazione. Loro il cognome, loro il procedimento, loro l’idea di mantenere un alto standard qualitativo, loro persino il logo con gli archi dorati: da quel momento l’intento perseguito da Kroc sarà quello di sbarazzarsi dei fratelli refrattari all’innovazione e di continuare da solo la trionfale ascesa nel mondo. Il regista John Lee Hancock racconta una storia molto americana e insieme universale: la storia del tizio senza scrupoli che arriva dove vuole lui grazie alla fiducia che ripone in sé stesso. Risulta ancora più avvincente per chi non coltiva particolari ambizioni.

sabato 14 gennaio 2017

Il cliente


di fronte all’aggressione di Rana, la sua compagna, avvenuta in circostanze paradossali (lei era sotto la doccia e aveva aperto la porta, convinta che fosse lui al citofono, l’uomo era andato a trovare una prostituta e non sapeva che nel frattempo questa aveva traslocato), Emad perde la testa. È d’accordo con Rana nel non chiamare la polizia, ma non sopporta di essere compatito dai vicini, diventa paranoico nei confronti dell’amico che gli ha affittato l’appartamento, s’addormenta in classe con i suoi studenti e, a teatro, recitando Arthur Miller, tira fuori tutta la sua rabbia e stravolge il copione. Il regista iraniano Asghar Farhadi scava nell’atteggiamento del suo protagonista, ci mostra tutta la sua fragilità: è una persona colta, evoluta, eppure il pensiero che qualcuno abbia messo le mani addosso alla sua donna non gli dà tregua e lo spinge a cercare di farsi giustizia da sé (ma anche la sua vendetta è piena di goffaggini e ripensamenti). Alla sua maniera, intensa e concentrata sui primi piani degli attori, Farhadi ci racconta un mondo in cui le donne sono vittime due volte e in cui non c’è antidoto al senso di possesso legato al sentimento amoroso.

Melody


scritto in prima persona, Melody di Sharon M.Draper (traduzione di Alessandro Peroni, Feltrinelli), racconta cosa vuol dire avere undici anni, essere affetti da tetrapalgia spastica, poter usare solo i pollici e avere un disperato bisogno di comunicare. Fino a quando Melody non scopre che attraverso un computer può dimostrare a tutti non solo la sua proprietà di linguaggio ma anche l’enorme massa di nozioni che si affollano nella sua testa, la ragazzina è costretta a subire gli sguardi compassionevoli e le parole malevole di dottori, compagni di classe e insegnanti, convinti che lei non capisca niente. Per fortuna ci sono i suoi genitori che credono in lei, le parlano, le fanno ascoltare musica, e per fortuna c’è la vicina di casa, Mrs V, infermiera come sua madre e decisa ad aiutare Melody ad uscire dall’isolamento a cui sembra condannata. Sharon M. Draper riversa la sua esperienza di mamma di una figlia disabile in un libro pieno di suspense e umorismo: noi siamo con Melody, con la sua battaglia per accedere all’istruzione e avere delle amiche; tremiamo di fronte ai colpi che le vengono inferti e sorridiamo per le metafore con cui riesce a rappresentare la sua condizione (“scivolo a terra come uno spaghetto scotto”). Dopo essere riuscita a entrare nella squadra di Whiz Kids, che deve sfidare gli alunni di un’altra scuola in televisione, Melody scopre che la visibilità mediatica da lei ottenuta ha indisposto i suoi compagni di classe; la sua sorellina esce di casa di soppiatto e lei non ha modo di avvertire la madre del pericolo: una vita durissima la sua, ma affrontata con enorme coraggio e voglia di farcela. Mi piacerebbe conoscere Draper; per ora mi accontento dell’intervista via mail che sto preparando per Liber.

venerdì 13 gennaio 2017

Il museo delle penultime cose

Il Museo delle penultime cose, opera seconda di Massimiliano Boni, pubblicata come il suo libro sulla maratona di Roma da 66thand2nd, presenta più di un motivo di interesse. Racconta di Pacifico Lattes, un giovane studioso ebreo che ha coronato il sogno della sua vita, diventando vicedirettore del Museo della Shoah di Roma. Boni ricostruisce con molta precisione (forse troppa: le 383 pagine del libro avrebbero beneficiato di diverse sforbiciate) la vita quotidiana di Pacifico, tra rapporti familiari (ha un’amatissima moglie Ester e due bambini vivaci, un padre macellaio al ghetto, una mamma affettuosa) e rapporti di lavoro (è un buon amico del suo direttore, Mario, un non ebreo, figlio di partigiani, che viene dalla Liguria e che è tanto estroverso quanto lui è chiuso). Pacifico adora le ricerche d’archivio, ma si è sempre tenuto alla larga dai campi di sterminio (niente viaggi ad Auschwitz per lui) e ha cercato di evitare l’incontro diretto con gli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni: sente di poter affrontare la Shoah solo come materia di studio.  Il caso vuole però che un prete segnali la presenza nella casa di riposo da lui gestita di un vecchio che vuole un funerale ebraico. Mario e un molto riluttante Pacifico vanno a incontrare questo Attilio e nel corso di un lungo anno, il nostro protagonista riuscirà a conquistare la fiducia dell’uomo e a svelare il mistero legato agli anni della sua adolescenza. Inquietante lo scenario esterno: Boni ambienta la sua vicenda in un futuro prossimo (secondo i miei calcoli, sicuramente sbagliati, vista la mia scarsa dimestichezza con le sottrazioni, siamo intorno al 2020) in cui al governo viene eletto un certo Cacciani, promotore di un “piano nazionale della Felicità”, mentre tutt’intorno il clima sociale romano peggiora a vista d’occhio e gli atti antisemiti si moltiplicano spingendo molti ebrei a rifugiarsi in Israele.  

giovedì 12 gennaio 2017

senza scuola

da lunedì la scuola del figlio è senz'acqua: vanno la mattina e un'ora dopo escono perché i bagni non sono agibili. Perché non sia ancora intervenuto un idraulico è un mistero, che un prestigioso liceo scientifico al centro di Roma sia bloccato per un motivo così banale la dice lunga sullo sfacelo della città. Il figlio ci ha preso gusto, va tutti i giorni in palestra, esce la sera, si rilassa. Alla settimana a Barcellona con i compagni di classe e ai quattro giorni in montagna dal cugino non ha nessuna intenzione di rinunciare. Sono io che tremo per il suo esame di maturità.

mercoledì 11 gennaio 2017

il piccolo fiammiferaio


da lunedì sto a testa bassa a leggere e pianificare interviste, quindi ho poco tempo per fare chiacchiere e chi ne soffre è il mio amico Francesco, che non avendo al momento a disposizione videomaker e montatori (io mi arrangio da sola) è in fase di stallo lavorativo. Ha smesso di tenermi informata sui successi dell’Atalanta perché si è accorto che parlandomi di calcio veniva messo alla porta; butta lì, e la crisi coniugale a che punto è? I figli? I suoi sforzi di comunicare con me sono ostacolati anche dalla presenza delle mie compagne di stanza: ogni giorno mi fa uno squillo sul telefono, sei sola? Salgo a trovarti? E io crudele: siamo tutte qui. Si sfoga attraverso le mail, mi bombarda di segnalazioni di uscite editoriali, calandosi nel ruolo immaginario di addetto alla rassegna stampa. Indeciso se ridere o piangere sull’ostracismo di cui si sente vittima incolpevole, si firma il piccolo fiammiferaio.