venerdì 23 settembre 2016

se anche Viviana perde l'entusiasmo

ogni cinque-sei mesi ci vediamo a cena con Marina e Viviana. Marina, che è ancora giovane, ieri sera sprizzava gioia da tutti i pori: il programma in cui lavora ha ora un'edizione mattutina in cui viene coinvolta tutta la redazione, lei è molto disinvolta davanti alle telecamere e molto apprezzata dalla conduttrice. Viviana torna a lavorare tra una settimana perché ha il part time verticale; il pensiero di tornare alla sua scrivania raddoppiando gli sforzi, senza nessun avanzamento di carriera, né di soldi la getta nello sconforto. Sentire da Viviana le stesse lamentele che ascolto ogni giorno in Dear dai miei amici mi ha sconcertato; fino a qualche anno fa il suo atteggiamento era quello di Marina. Per fare contenta Viviana ci vorrebbe pochissimo, il giusto, il riconoscimento dei suoi sforzi. Ieri diceva, se andassi a fare la segretaria dalla dottoressa dei miei figli, guadagnerei come in rai e avrei più tempo libero. Che posto è quello che alla lunga mina ogni entusiasmo?

Noi tre

una sera dei primi anni ottanta nel giardino di una villa romana in cui si svolge una festa Mario Fortunato incontra Pier Vittorio Tondelli. Si ritrovano seduti su due sedie a sdraio nella semioscurità. Fortunato nota che Tondelli è più alto di lui di almeno venti centimetri e lo invidia per l’altezza che lo rende visibile senza fare alcuno sforzo (scoprirà poi che l’altro invidia lui per il fatto di essere piccolo di statura e di non attirare l’attenzione). Il libro di Mario Fortunato, Noi tre (Bompiani) è un ode alla diversità e all’amicizia (il terzo evocato nel titolo è Filippo Betti), è il romanzo della giovinezza, è l’epitaffio per chi è scomparso anzi tempo, è l’espressione del rimorso per i gesti mancati, è il ricordo di momenti felici vissuti nell’inconsapevolezza di ciò che sarebbe venuto, è la riproposizione in chiave italiana della triade Isherwood, Spender, Auden.  Fortunato rievoca le serate e le vacanze passate con Pier e con Filippo o con tutti e due, le chiacchiere alcoliche, le confessioni reciproche, le omissioni, le iniziative letterarie portate avanti insieme o separatamente, gli sgarbi involontari (tutti e tre legati dall’amore per i libri, evitano di far leggere in anteprima i loro scritti agli amici, non si recensiscono, si offendono e poi fanno pace).  Mai nominato direttamente, aleggia nel libro lo spettro del famoso acronimo “che andava pazzo per i giovani di talento”: Fortunato racconta con intatto dolore la propria cecità di fronte alla malattia contratta da Pier a New York. Sincero fino alla spudoratezza, per nulla consolatorio, Noi tre ribadisce il perdurare degli affetti e l’intensità del lutto.

giovedì 22 settembre 2016

Le ragazze

tradotto in trentacinque paesi, in vetta alle classifiche in America, Le ragazze, opera prima di Emma Cline, ora ventisettenne, arriva in Italia da Einaudi nell’ottima traduzione di Marina Testa. Al centro del libro c’è un massacro in una villa californiana alla fine degli anni sessanta (ispirato alla strage compiuta da Charles Manson), ma ciò che sembra stare veramente a cuore all’autrice è la condizione femminile e in particolare la condizione delle adolescenti nel passato recente e anche oggi. Evie, la sua protagonista, si mantiene facendo la badante e in un momento di disoccupazione si riposa nella casa al mare di un amico. L’arrivo improvviso di Julian, il figlio dell’amico, con la sua ragazza Sasha, turba la pace di Evie. Quando capisce chi è Evie, Julian è molto eccitato. La narrazione continua su due piani: Evie ci racconta il fatto che l’ha resa tristemente famosa nel 1969, quando aveva quattordici anni, e insieme descrive la sua breve convivenza con la giovane coppia. La scrittura di Cline ha un assoluto nitore: i suoi aggettivi accendono i sensi del lettore. Qualche esempio: “gli hamburger sulla griglia producevano uno sfrigolio annoiato e umido” “i capelli croccanti di tinta comprata al supermercato” (viene in mente David Lynch e comunque, lo ripeto, Martina Testa è bravissima). Ma veniamo a Evie e all’estate che le cambia la vita. La nonna è stata un’attrice famosa e la famiglia campa con i soldi da lei accumulati; il padre se n'è andato via con la segretaria, la madre porta a casa fidanzati improbabili; entrambi i genitori sono insoddisfatti della figlia perché la ritengono “una ragazza qualunque”. Evie dovrà continuare gli studi in un collegio, per ora si annoia insieme a Connie l’amica grassottella che non sa vestirsi (in realtà a Evie di Connie non importa niente, è suo fratello Peter a cui punta, piacergli è la sua massima aspirazione). Poi Evie vede tre ragazze che si aggirano “fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua”. È  colpita soprattutto da quella alta con i capelli neri: scopre che si chiama Suzanne, ha diciannove anni, vive con altre in una squallida comune dominata da un certo Russell, musicista fallito. Evie molla Connie e si appiccica a Suzanne. Per amor suo subisce qualsiasi cosa: i palpeggiamenti di Russell, i vestiti sporchi da condividere, il cibo orribile, lo stordimento da droga, le bugie, i furti, persino una tristissima orgia a casa di Mitch, il musicista a cui il guru offre le sue ragazze sperando in un contratto discografico.  Quando Mitch non mantiene le promesse, Russell pianifica una vendetta e la cosa assume proporzioni inaudite. Il punto, come accennavo all’inizio, non è la strage, è lo stato d’animo di Eve quell’estate, la sua spaventosa disponibilità a fare qualunque cosa per sentirsi accettata. Cline, che quando ha scritto, era ancora una ragazza, denuncia cosa voglia dire avere quattordici anni e zero fiducia in sé perché si è femmina e si dipende dal giudizio degli altri. Questo nei celebrati anni sessanta. E oggi? Non è un caso che la Evie matura veda in Sasha, la fidanzata di  Julian, un personaggio ferito e umiliato. Non so se Le ragazze sarà, come urla la fascetta, “il più grande caso letterario degli ultimi anni”; è un libro che mi ha scosso molto per quello che dice e per come lo dice. Incontro Cline lunedì. Che emozione.   

mercoledì 21 settembre 2016

il vestito d'argento

si sveglia la mattina presto, mi chiede in prestito una maglietta nera, si fa la coda di cavallo e va all’università. Alle undici, al telefono, la figlia è un’esplosione di gioia: ha preso un sudato trenta all’esame di diritto privato. La sera dopo cena scompare nella sua stanza e ne esce irriconoscibile, ha indosso un miniabito d’argento che si è comprata a Londra, calze nere e stivali, trucco: una vamp. Va a festeggiare il compleanno di un’amica in discoteca. Deve rimettersi subito sui libri, vuole anticiparsi l’esame di ragioneria ma per una sera ha la testa libera da preoccupazioni. E Paolo, le chiedo? Paolo un altro giorno. Che bello quando i figli non ci somigliano.

martedì 20 settembre 2016

complimenti per la rettitudine

la visita ginecologica annuale è un bello strazio: pap test (tortura cinese) più ecografia all'utero e ecografia al seno. Praticamente un'ora passata a chiacchierare con il dottore per dissimulare la preoccupazione che ci sia qualcosa che non va. Il ginecologo, che ha la moglie che lavora in Svizzera, si era trovato a cena a Zurigo con mia sorella, quindi avevamo anche questo argomento da sviscerare. Abbiamo parlato di figli, e alla fine anche di mio marito, della sua inquietudine, dell'indistinto desiderio di cambiamento che lo anima. A me sembrava di essermi lamentata di lui; quando a fine visita il dottore mi ha detto, complimenti per la rettitudine, suo marito è un uomo fortunato, sono rimasta abbastanza perplessa. Che strani complimenti s'incassano.

lunedì 19 settembre 2016

Difficoltà per le ragazze

“una specie di storia del mondo visto dalla parte delle donne”: è questa la visione che ha la quarantatrenne Emma mentre scappa dall’appuntamento che un fantomatico Leone le ha dato nell’Hotel Sanremo. Emma, che non ha mai messo le corna al marito e che con Leone chatta da un mese, ci ha provato a seguire le indicazioni che il tipo le ha lasciato nella stanza: mettiti il body nero di lattice, infilati dentro il giochino, bendati gli occhi, aspettami a pecorina. Poi però ha capito che il tutto non aveva senso e se n’è andata. Mentre scappa pensa a quello che fanno le donne per gli uomini “per essere scelte, amate, desiderate” ed è felice di aver mandato all’aria il piano di Leone, di avergli rovinato tutto. “Questa si chiama sottomissione” è uno dei quattordici racconti di Rosanna Campo, raccolti sotto il titolo Difficoltà per le ragazze (Giulio Perrone editore). Le protagoniste di Campo sono bambine al mare con la mamma, adolescenti alla caccia del primo reggipetto, donne che chiacchierano con le amiche, amanti abbandonate: in ognuna di loro alberga la ragazza piena di sogni che sarà o quella che è stata. Vitalità e ironia non mancano in questi racconti anche desolati in cui Campo torna ai toni del suo romanzo d’esordio In principio erano le mutande.  

domenica 18 settembre 2016

Effetto acquatico


Samir fa il gruista a Montreuil. Una sera in un bar assiste alla scena in cui una ragazza respinge con veemenza le viscide avances del tizio che è con lei e ne è subito attratto. Per avvicinarla, finge di non saper nuotare (lei insegna in una piscina) e le scene in cui Agathe lo sostiene a galla per la pancia sono piene di una sorridente sensualità. Ma Agathe non è una a cui si possa mentire impunemente e, quando per caso scopre che quella delle lezioni era una scusa, sparisce (anche perché deve andare in Islanda a un convegno di istruttori). Il goffo e irresistibile Samir (che è l’attore Samir Guesmi, una specie di Turturro più carino) compra un biglietto e la segue, presentandosi come delegato israeliano. L'effetto acquatico di Sólveig Anspach è romantico, divertente, originale. Trasporta lo spettatore dal chiuso della piscina francese alle meravigliose vasche termali islandesi, dagli stralunati adetti all’impianto sportive agli sciroccati organizzatori del convegno, ma la ribalta è tutta per i due  protagonisti, per il loro amore tenero e inaspettato. Terribile che la regista sia morta di cancro a cinquantaquattro anni poco dopo aver finito di girare questo film.

venerdì 16 settembre 2016

la solitudine delle madri

l'altro giorno a Mantova, in coda all'incontro su madri e letteratura, una signora ha chiesto alle scrittrici perché si danno tante istruzioni alla neomamma sul parto e nessuna sul post partum, perché dopo che hanno avuto i figli le donne vengono lasciate sole. La domanda mi è tornata in mente leggendo su whatsapp il messaggio della nostra maestra di ginnastica che ha avuto il primo figlio ad agosto. Ci chiedeva in tono semiserio se l'avevamo dimenticata, com'era l'insegnante che l'aveva sostituita ed esprimeva il desiderio di tornare a lavorare ad ottobre (prestissimo!). Insomma s'intuiva da parte sua una certa stanchezza e un senso di solitudine. Se succede a lei che ha un compagno presentissimo, due genitori molto attivi, una sorella, un sacco di amici, una gran forma fisica, si può immaginare come si sentono donne meno fortunate. Altro che fertility day, bisognerebbe dare una mano a chi sola con il bambino fa fatica a stare.

Un padre una figlia

caratterizzato da un tono sommesso e da una fotografia incolore, Un padre una figlia è soprattutto un ritratto della Romania di oggi, un paese stremato in cui si sopravvive facendosi piaceri a vicenda, utilizzando la proprie conoscenze per rendersi meno difficile andare avanti (ritratto che potrebbe tranquillamente corrispondere all’Italia di oggi, il che rende per lo spettatore italiano un po’ spuntata la denuncia contenuta nel film di Cristian Mungiu). Eliza sta per affrontare l’esame di maturità: ha tutti voti alti e i genitori ci tengono molto che faccia l’università a Cambridge. Anche loro sono stati all’estero e rimpiangono la decisione di tornare a vivere nel loro paese con l’illusione di cambiarlo dal di dentro. La ragazza subisce un’aggressione: un uomo cerca di violentarla vicino a un cantiere. Se la cava con un polso slogato, ma come farà  a passare gli esami con il massimo dei voti? Il padre, che fa il chirurgo, cerca di arrivare al preside della scuola attraverso un amico poliziotto che lo rimanda a un mafioso in attesa di trapianto. Intanto Eliza è sempre meno convinta di voler andare in Inghilterra perché ha un fidanzato carino (che non piace al padre perché poco impegnato). Desolante anche il ritratto della famiglia di Eliza: la mamma spenta che sa di essere tradita dal marito e lo lascia dormire in salotto; l’amante di lui che fa l’insegnante, si preoccupa del figlio, e mangia l’ananas che gli porta il dottore. Dura due ore, ma sembrano molte di più: è tutto così poco drammatico, così vicino alla cupa realtà.

giovedì 15 settembre 2016

rose rosse

i regali di compleanno da parte del marito li avevo ricevuti la mattina appena sveglia: un paio di stivaletti di cui avevamo visto insieme la pubblicità su una rivista e un impermeabile leggero arrivato dall’Olanda in uno dei pacchi che ogni giorno si materializzano al nostro ingresso. Quando la figlia mi ha mandato la foto di un fascio di rose rosse per me non avrei mai detto che sul biglietto potesse comparire di nuovo lui. Lei era entusiasta. Sta per compiere ventun anni, l’anno prossimo andrà a studiare fuori casa, ma suo padre e sua madre li vuole insieme. Piccola.  

martedì 13 settembre 2016

la cura mantova

lo so, non ne potete più dei post su Mantova, ma una cosa la devo proprio scrivere e poi la faccio finita. E' stato davvero bello essere lì; a differenza delle giornate torinesi, in cui dopo le interviste mi piombava addosso una gran solitudine, a Mantova mi sono sentita sempre ben circondata. Ed essere stata capace di resistere di fronte al pubblico senza impappinarmi troppo, senza risultare troppo rigida, mi ha dato una gran sicurezza (la prendo e la metto da parte per i tempi grami). Simonetta mi ha scritto che sono stata all'altezza delle sue aspettative (tranne che per i capelli, mi voleva riccia e bionda; cavoli, lo ero fino al martedì, prima di andare dal parrucchiere a farmeli scurire, tagliare, allisciare) e Simonetta dice quello che pensa. Ci voleva proprio la cura mantova.

lunedì 12 settembre 2016

tutti scontenti

torno in Dear carica di interviste: se potessi le metterei tutte subito on line, ma prima devo riascoltare tradurre e sottotitolare quelle in inglese che sono la maggioranza. Il mio entusiasmo post mantovano si scontra subito con l'aria depressa che tira intorno a me. Chi è tornato da una settimana di ferie ha l'aria del condannato al patibolo, chi è rimasto qui non sta molto meglio. Mi concentro sul mio lavoro, mantengo la tabella di marcia. Squilla il telefono, è un'ex collega di Milano, mi cerca per lamentarsi di tutto e di tutti. Quasi quasi mollo tutto e vado a fare l'assistente di Simonetta nei suoi gruppi di lettura in biblioteca. Non ho mai visto facce così felici come quelle delle ragazzine a cui lei trasmette la sua passione per i libri.