martedì 30 agosto 2016

Un solo paradiso

Due amici s’incontrano per caso nel bar milanese in cui si frequentavano dopo la fine degli studi. È passato solo un anno dall’ultima volta in cui si sono visti e il narratore non ha scelta: Alessio, ubriachissimo, vuole raccontagli come si è ridotto così. Al centro di Un solo paradiso, il romanzo di Giorgio Fontana pubblicato da Sellerio, c’è Alessio, arrivato a ventinove anni senza mai appassionarsi ad alcunché. “Un dolceamaro contentarsi” è la sua filosofia di vita: un lavoro come web designer, il gusto di viaggiare da solo, la tromba suonata in un gruppo jazz, i libri. Tutti sistemi per sopportare, senza patirli troppo, questi “tempi miserabili e crudeli”. Poi arriva Martina. È molisana, si è laureata su Lucrezio, fa l’amore con slancio, le piace la musica jazz. Accanto a lei Alessio per la prima volta vuole assolutamente vivere e per la prima volta si scopre “oscenamente mortale”. Ma Martina pensa ancora a Michele, il suo ex e dopo qualche mese lascia Alessio. Giorgio Fontana affronta la storia più semplice del mondo (lui ama lei, lei non abbastanza, lui non si riprende più) e lo fa con un’intensità che travolge il lettore. Alessio scivola nella dipendenza dall’alcol e dai tranquillanti, perde il lavoro e la casa. Di là dalla relazione tra Alessio e Martina c’è in ballo il nostro modo di concepire la vita, l’amore; scrive Fontana “ si sopravvive a tanti inferni  e non a un solo paradiso”. Fa da sfondo a questo monologo conradiano una Milano descritta nel dettaglio, che si fa sempre più periferica e crudele man mano che s’intensifica il crollo del protagonista.  Come il narratore, che a distanza di anni riflette sulla scomparsa dell’amico, anche noi che leggiamo non possiamo non paragonare i nostri paradisi sfioriti agli istanti di pura felicità che Alessio si è rifiutato di lasciarsi alle spalle. Bello, davvero bello.   

Il re dell'uvetta

“intendo fare quel che mi piace, viaggiare dove desidero e studiare quello che voglio”: belli i proponimenti del ventisettenne Gustav Eisen e ben ha fatto lo scrittore svedese Fredrik Sjöberg a ricostruirne il percorso di vita nel libro Il re dell’uvetta pubblicato da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari. In effetti Eisen, morto nel 1940 a novantré anni, quello che gli piaceva lo fece eccome, e gli piacevano tantissime cose. Ebbe una delle più belle collezioni naturalistiche d’America, fu pittore, trovò (o fece credere di aver trovato) il calice del Sacro Graal, creò il Sequoia National Park, insegnò zoologia, coltivò uvetta su larga scala (di qui il titolo), scrisse racconti, collaborò al libretto di un’opera lirica, divenne un affermato storico dell’arte, studiò la scrittura cuneiforme, s’interessò  di occultismo…  Di Eisen, una specie di Leonardo da Vinci dei nostri tempi, non si ricorda più nessuno per varie ragioni: morì nel 1940 in piena guerra mondiale, nessuno dei suoi amici era più in vita, non ebbe figli, ripartiva sempre da capo. Per Sjöberg viaggiare per l’America sulle sue tracce, consultare ogni possibile fonte, contattarne i discendenti, è un modo per raccontare se stesso, rispecchiandosi in un alter ego un po’ troppo solitario ma pieno di fascino. Così mentre ci parla di Eisen, Sjöberg divaga: ora rievoca l’amico dei tempi del liceo, ora spiega il proprio amore per gli alberi nato sui testi di Astrid Lindgren, ora prende le distanze dai fanatici dell’ambientalismo e da qualunque tipo di fideismo…   Sjöberg vive in un’isola sperduta al largo di Stoccolma con moglie e figli, aveva una splendida collezione di mosche e l’ha venduta molto bene alla Biennale di Venezia: ha tutta l’aria di aver raccolto la lezione di Eisen su come impostare la propria vita.

lunedì 29 agosto 2016

cena con topi

l’aereo delle figlia ieri è atterrato puntuale a Ciampino. Lei carina, entusiasta di essere di nuovo a Roma e piena di racconti sulle tre settimane a Londra tra la difficoltà a inserirsi tra fanatici filmaker che disprezzavano i suoi studi economici; problemi con l’inglese gergale dei cinematografari; il divertimento e la fatica di cimentarsi in un suo filmatino; i litigi con le compagne di casa su spesa, pulizia, divisione dei compiti e scelta dei film da vedere la sera. Prima di trovare un ristorante intorno a casa nostra faccio tre tentativi: sembra che tutti i romani siano a cena fuori di domenica sera. Prenoto alla Barchetta, dietro piazza Cavour; mi dicono, però in strada. Mi sembra una buona idea: si rivela pessima. Mentre mangiamo le alici di antipasto, scorgiamo un topone sgusciare da una macchina dall’altra parte della strada, poi vediamo che è in buona compagnia: ce ne sono altri due con lui, tutti di grosse dimensioni. Il piacere della cena è svanito, aspettiamo i nostri primi con una certa inquietudine. Marito e figlia hanno le scarpe chiuse, io i sandali: non riesco a non pensare ai denti del topo sui miei piedi (è già successo in una piazza romana, io non lo sopporterei). Mangiamo in fretta (addio racconti) e scappiamo a casa. Mai più cena all’aperto a Roma.

Lo spazio del tempo

Lo spazio del tempo, il romanzo di Jeanette Winterson,  è una riscrittura del Racconto d’inverno di Shakespeare: dell’originale mantiene il tema di fondo (la gelosia di un uomo potente nei confronti della propria moglie e le sue devastanti conseguenze ), la ricchezza dei personaggi, le coincidenze che fanno incrociare tra loro i protagonisti in tempi diversi. Nelle ultime pagine del libro entra in scena l’autrice, dichiarando la sua passione per  questo dramma shakespeariano con al centro una trovatella come lei: è sorprendente come Winterson combini l’adesione allo spirito dell’opera alla modernità della vicenda da lei narrata.  Leo è un uomo d’affari londinese che ha tutto quello che si potrebbe desiderare dalla vita: MiMi, una splendida moglie, che aspetta una bambina da lui; Milo, un delizioso figlio; Xeno, un amico del cuore (che da giovane è stato il suo amante); Paulina, una segretaria fedele, e in più un sacco di soldi. Si mette in testa che l’affettuosa amicizia tra MiMi e Xeno nasconda una relazione clandestina e distrugge ogni cosa: tenta di uccidere l’amico; spedisce la neonata in America dal presunto padre (in seguito a fortunosi eventi Perdita  viene trovata da un pianista nero che l’alleva con ogni cura); Milo muore in un incidente; MiMi sparisce.  Sedici anni dopo il quadro si ricompone grazie all’amore tra Perdita e un giovane meccanico che si scopre essere il figlio di Xeno: a Londra nel corso di un concerto si celebra il superamento del passato e la possibilità di un futuro non inquinato da sospetti e crudeltà. Con Lo spazio del tempo (traduzione di Chiara Spallino Rocca, Rizzoli) Winterson ha inaugurato una collana della Hogarth Shakespeare ispirata ai capolavori di questo autore che vede, tra gli altri, Margaret Atwood e Anne Tyler: non vedo l’ora di leggere anche loro.  

domenica 28 agosto 2016

furibonda

c'è ricascato. Avevo rimosso, o almeno provato ad allontanare, il ricordo degli spiacevoli avvertimenti di mio padre sui pericoli che incombono sul mio matrimonio. Dopo un week end sereno passato a nuotare e mangiare insieme (stavolta al mare ci siamo trovati io lui e il marito), proprio durante l'ultimo bagno tra le onde, è ripartito con consigli non richiesti con l'aria di saperla lunga. Mi insidiano il marito sotto i miei occhi, lui non può tacere perché mi vuole bene, vuole il mio bene? Se si ostina su questa linea, oltre a perdere un marito, perdo un padre o almeno sono costretta a prendere le distanze da lui. Proprio non ce la fa a farsi i fatti suoi? E non mi ha chiesto scusa mentre si faceva la doccia, dopo avermi rovinato la giornata. Ha detto, fai conto di avere un vecchio padre un po' suonato, che era come dire, un giorno sarai tu a chiedermi scusa quando ti sarai resa conto che ci vedevo lungo. Come si fa a volere bene a una persona e a detestarne i comportamenti?

sabato 27 agosto 2016

Nel nome di mia figlia

cominci a leggere Nel nome di mia figlia della scrittrice inglese Louise Doughty (traduzione di Manuela Faimali, Bollati Boringhieri) e pensi, come farò a sopportare lo strazio di una madre che ha appena saputo che sua figlia è morta, investita da una macchina a nove anni? Ti cali nei panni di Laura, ti sembra che quei due poliziotti venuti a bussare alla sua porta abbiano bussato alla tua di porta. Ma Doughty ti conduce subito da un'altra parte, ti fa conoscere la storia della sua protagonista prima che diventasse madre, le sue disavventure di quattordicenne senza padre (stroncato da un infarto quando lei aveva otto mesi) e con la madre malata di Parkinson. L'evento centrale della vita di Laura è l'incontro con David, fidanzato di una sua amica, incontrato diverse volte in tempi diversi finché tra loro non scoppia una divorante passione. Il giorno in cui David dice a Laura di voler fare sul serio con lei, lui la spenzola da una scogliera: è come se volesse farle capire il rischio che corre ad affidarsi a lui. E qualche anno dopo, il tradimento di David con una collega, Chloe, mette fine al loro matrimonio (Laura con la solita spietata capacità di autoanalisi racconta come siano state le proprie mosse sbagliate a portare a questo risultato per lei disastroso). Quando Betty ha l'incidente mortale, Laura acconsente a mandare Rees, il secondo figlio, da David e Chloe per potersi abbrutire senza testimoni. Poi succedono altre due cose: il guidatore omicida (un immigrato cinquantenne) viene scagionato e David confessa a Laura che Chloe è fortemente disturbata e non riesce a prendersi cura del bambino che ha fatto con lei. Laura ha perso Betty ma forse può riprendersi David. Doughty è una maestra della suspense e si diverte a cambiare le carte in tavola: Laura è vittima ma anche potenzialmente assassina; David è un donnaiolo ma con un debole per donne fragili di cui vuol farsi paladino e adora i suoi figli; la poliziotta Toni ha buone intuizioni ma è ostacolata dalla mancanza di prove. Un romanzo in cui i buoni latitano, la sofferenza genera altra sofferenza, e non tutti i pezzi del puzzle tornano al loro posto; come Fino in fondo, l'altro libro dì Doughty tradotto in italiano, lo prendi in mano e non riesci a mollarlo.

mi sento svenire

che fa una mamma in macchina verso il mare un venerdì pomeriggio di fine agosto quando riceve su whatsapp il seguente messaggio della figlia, impegnata a Londra nella lezione finale del corso di Filmaking, "mi sento svenire"? S'improvvisa medico a distanza: che ti fa male, hai la febbre (e lei risponde, credo sia a 40, brucio), prenditi qualcosa (non ho niente con me), chiedi ai compagni di corso, alla segretaria... Poi alle cinque il corso finisce e la moribonda torna a casa con la metropolitana dal fidanzato che l'ha raggiunta per l'ultimo week end londinese e la sera è tutta serena e si preoccupa di cosa mangerà a Roma domenica sera per festeggiare il suo rientro... Dopo quasi ventun anni dovrei conoscerla la figlia, l'essere femminile più ipocondriaco al mondo, e invece ci casco sempre e lascio che mi si stringa il cuore al pensiero dei suoi malori (e cattivi umori: ieri era in pieno disfattismo, si lamentava di aver buttato le sue vacanze, come se Paros, Santorini, Sperlonga e Londra fossero le mete più tristanzuole al mondo). Quando è felice sprizza felicità, ma quando le gira male la figlia è davvero terribile. Il fidanzato: un santo.

giovedì 25 agosto 2016

Giorni selvaggi

“il surf mi offriva una protezione fantastica dal conflitto bellico – una struggente ragione di vita, fisicamente estenuante e intrisa di gioia. E il suo scollamento dal lavoro produttivo, in quella sua inutilità quasi illegale, già riusciva a esprimere tutto il dissenso verso il mondo”: in Giorni selvaggi, Una vita sulle onde, William Finnegan  ricostruisce la sua passione per le onde, nata alle Hawaii, quando era un bambino al seguito della famiglia (il padre faceva il direttore di produzione di un programma radiofonico trasmesso da lì) e cresciuta con il tempo in maniera esponenziale. Una volta entrato nella tribù dei surfer, Finnegan non ne esce più. Rincorrere in tutto il mondo l’onda migliore, sacrificarle amori, amicizie, studi, diventa per lui un’abitudine consolidata. Da Honolulu alla California, dalle Fidgi a Città del Capo, da San Francisco a Madeira, sperimentando nuove tavole, nuovi compagni di avventura, nuovi rischi, nuovi momenti di esaltazione. Sullo sfondo (ma molto sullo sfondo) l’America degli anni sessanta, lo spirito libertario e pacifista, le droghe, la facilità a trovare lavori di pochi mesi o anni, di mollare tutto e ripartire (ma tra un’onda e l’altra Finnegan si costruisce anche una solida carriera di inviato di guerra e poi di giornalista del New Yorker). 496 pagine di descrizioni anche molto tecniche di surf hanno messo a dura prova la mia perseveranza di lettrice (quanto avrebbe giovato al libro una bella sforbiciata?); agli americani è piaciuto molto e gli hanno dato il Pulitzer per il miglior memoir. Per tradurlo ci si sono messi (faticosamente, immagino) in tre: Fiorenza Conte, Mirko Esposito e Stella Sacchini; la casa editrice è 66THAND2ND; Obama, che conosce l’autore, si è portato Giorni selvaggi in vacanza. 

mercoledì 24 agosto 2016

Diario di una mamma in pappa

Diario di una mamma in pappa di Gaia Manzini (Laterza) è uscito nel 2014 ed essendo ormai abbastanza lontana dallo svezzamento dei figli non pensavo potesse interessarmi. Invece leggerlo è stato entrare in una macchina del tempo e rivivere tutte le sensazioni di quel periodo meraviglioso e terrificante in cui ho preso a relazionarmi con la mia prima figlia (non ho ricordi altrettanto vividi della stessa fase con il secondo, forse perché tutto era già stato sperimentato e non mi sentivo più sull’orlo di un vulcano, forse perché, dopo un prematuro, un bambino nato a termine sembra una passeggiata) soprattutto attraverso quello che lei mangiava o non mangiava. Le figure evocate da Manzini - la temibile pediatra (da lei soprannominata dottoressa Clint) con le sue criptiche prescrizioni; le madri degli altri bambini (perfette, inquisitorie, frastornanti), gli altri bambini (idolatrati, vezzeggiati, portati a esempio); le proprie amiche single (distanti, ironiche); il Professore/marito che alterna momenti di assenza per lavoro a iniziative discutibili come appendere in casa minacciosi volantini sulle manovre di rianimazione; le signore della palestra tutte concentrate sul loro allenamento e per niente cordiali; il proprio padre che profetizza un lungo periodo di isolamento; e infine la stessa Mangiacarote, la coprotagonista del libro, con la sue perle di stralunata saggezza e i suoi momenti negativi – offrono un ritratto molto realistico e molto divertente di quello che una neo mamma si trova ad affrontare. Ci sono la voglia di fuga, il senso di inadeguatezza, gli squarci di ottimismo, il panico, le elucubrazioni, il senso di competizione, la stanchezza, gli slanci improvvisi, le ricadute, tutto in rapida successione. Manzini rifugge dai luoghi comuni sulla maternità e usa l’autoironia come arma di difesa e di attacco: mamme di tutto il mondo imitatela!     

pontremoli


martedì 23 agosto 2016

e alla fine arriva Stefano

domenica all'alba sono arrivati Paolo e Veronika con la fantastica torta di pesche dietetica fatta da lei. Veronika, felice di non dover andare in barca, si è goduta il mare dalla spiaggia, Paolo si è dedicato ai giornali. Lunedì è stata la volta  di Stefano, Cinzia e Valerio. Così abbiamo ricostruito il nostro vecchio gruppo vacanze (la prima volta al mare insieme con Paolo e Stefano eravamo ancora al ginnasio, ora il ginnasio non esiste più). Stamattina Stefano è scivolato fuori casa prestissimo ed è tornato carico come babbo natale: cornetti per tutti, una cassetta di fichi, prosciutto, pizzette. Lentamente, appesantiti dal cibo, gli altri si preparano alla giornata di sole, io già in spiaggia con il mio libro sul surf per l'ultimo giorno di vera vacanza. Rimane qui mio padre, entusiasta di sé e della propria capacità di recupero (chi l'avrebbe detto l'estate scorsa che quest'anno avrebbe nuotato e fatto le scale con disinvoltura?). Se solo non attaccasse bottone con tutti, lasciato solo è una mina vagante.

domenica 21 agosto 2016

da lione

doveva essere la mia serata solitaria quella di ieri e invece alle sei di pomeriggio il marito si è presentato alla porta, stravolto dalla lunga guidata (Lione-Sperlonga), ma ancora pieno di energie (ha tagliato i rami della buganvillea che avevano invaso l'ingresso, ha spruzzato l'antizanzare e il concime in giardino). Io felice.