martedì 17 ottobre 2017

Bestie di scena


si entra in teatro e si trovano gli attori già sul palcoscenico. Sono perlopiù in tuta da ginnastica e fanno esercizi di riscaldamento, sempre più serrati, sempre più coreografici. Il pubblico di Bestie in scena, lo spettacolo di Emma Dante al Teatro Argentina, continua a chiacchierare mentre l’azione teatrale vera e propria comincia; le luci non si abbassano ancora. Uno degli attori arriva al margine del palco e si toglie la maglietta, altri lo imitano. Le donne restano in reggiseno, in mutande, poi tutti si spogliano. L’indumento tolto viene usato per tergersi l’abbondante sudore provocato dalla ginnastica e poi buttato in platea. Restano tutti nudi e usano le mani per nascondere il sesso. All'inizio lo spettatore sente questa nudità come una violenza che il suo sguardo esercita sugli attori, man mano che si va avanti la non vede più. Comincia un’azione vorticosa dopo l’altra: vestiti erano bruttini, una magrolina, una grassa grassa, scapigliati, calvi; nudi sono fantastiche marionette capaci di usare il corpo a proprio piacimento, saltano, si contorcono, cadono, si rialzano, piroettano. Dalle quinte piovono oggetti: una tanica d’acqua da cui bevono a turno; mortaretti che li fanno fuggire in modo scomposto; chicchi di grano che li trasformano in polli; una bambola parlante che trova una perfetta imitatrice; una spada che scatena duelli; tinozze con spugne con cui si bagnano tutti; scope e stracci per asciugare il teatro e poi Only you che scatena la danza. Dura un’oretta lo spettacolo e non c’è un momento di noia. Il lavoro di attore messo sotto una lente di ingradimento: una spossessione totale e l’entusiasmo folle che fa andare avanti. Bravissimi tutti.

ti voglio bene

torno a casa e trovo un biglietto sul cuscino. Stamattina con il marito non ci eravamo lasciati benissimo. Lui era in partenza per Milano e aveva fatto il vago sulla data del suo ritorno. Per me può star via sei mesi, basta che non lo annunci con aria provocatoria. Vedo il biglietto e mi emoziono. Leggo il biglietto e m'incazzo. Almeno avesse scritto solo, ti voglio bene. Non finire la mozzarella (giovedì mi tocca una trasferta a Battipaglia e l'organizzatore dell'evento mi ha annunciato che ci sarà mozzarella per me), cerco di tornare venerdì, ricordati che ti voglio bene, non si può sentire. L'equivalente di un buffetto sulla guancia. I tuoi buffetti risparmiameli, se puoi.

Loving Vincent

ci tenevo così tanto a vedere Loving Vincent che, quando Elisabetta mi ha detto che non ce la faceva a raggiungermi al Giulio Cesare, ho deciso di andarci da sola. E invece il film della pittrice polacca Dorota Kobiela e del regista inglese Hugh Welchman è stato per me una delusione. Un gran dispiego di tecnica per animare i quadri dell’ultimo periodo di Van Gogh con pennellate in movimento e personaggi che si muovono su uno sfondo statico; una trama esile esile (il figlio del postino Roulin, amico di Vincent,  cerca Theo per consegnargli un’ultima lettera del fratello; scopre che questo è morto e si reca a trovare i Gachet per indagare sulla fine del pittore). Mi sarebbe piaciuto che su Van Gogh fosse stata fatta la stessa operazione del film su Monet: quadri e lettere per ricostruire il percorso umano e di pittura. Invece i due autori di questo ambizioso papocchio (al quale hanno contribuito un centinaio di artisti) da una parte puntano sul mistero, senza aggiungere elementi di rilievo sulla storia dello sparo e della lunga agonia, dall’altra trasformano in figurine le persone ritratte da Van Gogh (la padrona di casa, il fornitore di vernici, il barcaiolo, il medico, la figlia del medico, la governante). Anche le parti in bianco e nero, con attori scelti per la loro somiglianza ai ritratti, mi hanno convinta ben poco. Potevo restare sul mio divano attaccata alla mia nuova droga di nome netflix.

domenica 15 ottobre 2017

Il mio cuore e altri buchi neri


Aysel, la protagonista di Il mio cuore e altri buchi neri, tradotto da Lorenzo Borgotallo per Mondadori, è una sedicenne figlia di  turchi nata e cresciuta a Langston, Kentucky. Il suo più grande desiderio è farla finita con la vita. La incontriamo nel call center in cui lavora part time, mentre visita di nascosto il sito Dipartite serene per sbirciare la sezione Compagni di suicidio. Quando vede che un certo FrozenRobot cerca qualcuno con cui suicidarsi, Alysel non esita a rispondergli e a prendere un appuntamento con lui. Jasmine Warga, l’autrice, un’esordiente di Cincinnati, esplora il tema della depressione giovanile, entrando nei pensieri di una ragazza afflitta da problemi più grandi di lei. Man mano che procediamo nella lettura scopriamo perché il padre di Aysel è stato arrestato e perché tutti in città conoscono il suo nome; quello che sottolinea Warga è che tenersi dentro il proprio dolore fa sprofondare in un buco nero da cui non si riesce ad emergere. FrozenRobot è Roman: un diciassettenne di bell’aspetto, dai modi seducenti, con una madre fin troppo premurosa. Frequentandolo per mettere a punto le modalità del suicidio, Aysel scopre che Roman è divorato dai sensi di colpa per la morte della sorellina. L’interesse crescente nei confronti del suo nuovo amico e la gentilezza di un professore che capisce e incoraggia la passione di Aysel per la fisica inducono la ragazza a recedere dai suoi propositi, ma come infrangere la determinazione di Roman? Tematica forte, personaggi credibili, buona suspense, e soprattutto una voce narrante convincente e priva di ogni leziosaggine.

il week end

doveva essere il week end del mio trasloco; sono andata a pranzo dalla suocera con figlia e marito, al cinema con lui, e sempre con lui oggi in bicicletta a Veio. Una cosa l'ho capita, dopo tanto travaglio: lo amo, amo lui così com'è, non la vita comoda, non l'help desk sempre attivo, non la sua bella casa. Lasciarlo perché senta la mia mancanza forse sarebbe una mossa strategica, forse servirebbe solo ad anticipare una fine che non mi auguro affatto.

sabato 14 ottobre 2017

Ammore e malavita


in una delle prime scene di Ammore e Malavita, un giovane intraprendente porta un gruppo di turisti americani a visitare le Vele di Scampia, presentandole come il set di Gomorra: una delle visitatrici ha la fortuna di subire uno scippo da parte di due ragazzi in motorino e subito si leva un coro di felicità. Il film musicale dei fratelli Manetti celebra uno per uno i luoghi di Napoli (il porto, le strade, le piazze) e insieme i suoi luoghi comuni (la camorra, i sicari, la famiglia) con uno stile alla 007. Il re del pesce viene sparato mentre si nasconde sotto un cumulo di cozze; si salva; la moglie (una scatenata Claudia Gerini), ex serva dedita al cinema, ha l’idea di scappare con lui dopo averne inscenato il funerale. Ma un’infermiera (Serena Rossi, bravissima) ha visto il finto morto; Ciro (Giampaolo Morelli, un po’ più imbambolato del solito), che dovrebbe eliminarla, ritrova in lei la fidanzatina di un tempo e per amore abbandona i suoi panni di Tigre al soldo del boss, disseminando il terreno di cadaveri (e tradendo l’amico di sempre Rosario). Un po’ troppo lungo, divertente, ben fotografato, con una travolgente parte musicale.