sabato 10 dicembre 2016

dal parrucchiere con la figlia

come gesto scaramantico prima di una giornata di interviste andare dal parrucchiere è perfetto. Contavo sul venerdì di ponte per non trovare la solita folla; mi è andata malissimo, tutte le signore di Roma (e i signori e i loro bambini) si erano radunati ieri nel negozio dietro piazza Cavour ed era difficile persino trovare una sedia. In più mi ero portata dietro la figlia, o meglio, lei si era accodata, decisa per una volta a non farsi spuntare la sua lunga chioma dai cinesi ma a sfruttare la mamma. Entrate alle tre, alle quattro ancora nessuno ci aveva ancora dato retta, poi finalmente lei è andata al lavaggio. A quel punto, separati i nostri destini, mi sono dedicata al librino preso al volo prima di uscire di casa (L'arte non è faccenda di persone perbene, un racconto intervista con Lea Vergine, mandatomi dalla casa editrice). Mentre la figlia mi faceva gli occhiacci (leggere dal parrucchiere, ma non ti vergogni?) io sprofondavo nella Napoli snob in cui due nonni sottraggono una bambina alla madre e l'allevano loro, mentre la donna vive nell'appartamento accanto con gli altri due figli, discriminata per il suo basso livello sociale e la sua mancanza di cultura. Intorno a me una sarabanda di gente che entrava, superava ogni fila, tinture, tagli, smalti, oli, schiume. Io ero da un'altra parte. Alle cinque e mezza sono uscita da lì colorata, tagliata, pettinata e preparatissima su Lea Vergine e il suo pensiero. (Alla figlia qualcuno ha detto che poteva fare l'attrice, lei si è offesa, come ci offendiamo noi quando qualcuno ci fa un complimento.)

venerdì 9 dicembre 2016

fiori di corbezzolo


Le otto montagne


sin dalle prime pagine di Le otto montagne, l’ultimo romanzo di Paolo Cognetti, pubblicato da Einaudi, si resta conquistati dalla voce dello scrittore: una voce autentica, chiara e sommessa insieme, a cui il lettore si affida pienamente. Storia del passaggio dall’infanzia alla maturità, Le otto montagne mette in scena Pietro, figlio unico di una coppia che vive a Milano, padre chimico burbero, madre assistente sanitaria, socievole e affettuosa. I genitori di Pietro amano entrambi la montagna, ma in modo diverso: il primo ama scalarla e la sua meta preferita sono i ghiacciai, la seconda ama passeggiare, coltivare fiori, leggere nei prati. Pietro appena può si accoda al padre, anche perché le gite sono l’unica occasione che ha per stargli accanto. A Grana, il paesino sotto il Monte Rosa, dove la famiglia prende in affitto una casetta, c’è Bruno, un coetaneo di Pietro che pascola le mucche. È la madre del ragazzo che crede “fermamente nella necessità di intervenire nella vita degli altri” a favorire l’amicizia tra i due, che in breve diventano inseparabili. Il primo tempo di questa storia si chiude con una crisi: affezionatisi a Bruno, i genitori di Pietro vorrebbero portarlo con loro, pagargli gli studi e Pietro respinge con tutto sé stesso questa prospettiva (“Bruno avrebbe odiato Milano e Milano avrebbe odiato Bruno”); a evitarla ci pensa il padre del montanaro, un muratore alcolizzato, che per rendere più chiaro il suo messaggio sferra un pugno al padre di Pietro. Romanzo su due amici che crescono in ambienti diversi, sentendosi però quasi fratelli (con la gelosia e gli alti e bassi tipici del rapporto tra questi), Le otto montagne è anche un romanzo sul padre, sul dialogo a distanza con una figura fondamentale che non s’interrompe neppure con la  morte, è un romanzo sulla montagna, sui suoi paesaggi, i suoi odori, i suoi sapori, la sua decadenza (gli abitanti che l’abbandonano, l’impossibilità di sopravvivere facendo gli antichi mestieri) e la sua capacità di rigenerare chi vi trova rifugio, ed è un romanzo sulla ricerca di sé che passa attraverso partenze e ritorni. Bellissimo.

giovedì 8 dicembre 2016

Sully


il primo tempo di Sully, il film di Clint Eastwood dedicato al pilota che, il 15 gennaio 2009, fece atterrare il suo aereo in avaria sull’Hudson, scorre in modo abbastanza lento e prevedibile, se si esclude la fantastica sequenza del volo (Sully/Tom Hanks che dice ti amo al telefono alla moglie, Sully che ha gli incubi di notte, Sully che corre per New York, Sully che entra in un bar sono tutte sequenze abbastanza inutili). Poi però c’è la scena in cui i responsabili della compagnia aerea vorrebbero stabilire che lui ha sbagliato a non tornare indietro sulla pista di atterraggio; Sully dimostra che non c’era tempo per farlo e quella è una scena epica. Dopo aver trionfato sulla tragica casualità di uno stormo di uccelli che gli ha messo fuori uso i due motori, Sully trionfa anche sui burocrati intenzionati a risparmiare i soldi dell’assicurazione e lo fa con il suo solito understatement, senza prendersi tutti i meriti e ringraziando per la collaborazione il copilota, le hostess e i passeggeri. Così Eastwood ci consegna la figura di un eroe dei nostri tempi, uno che fa fatica a pagare le rate del mutuo, che teme di perdere la pensione e s’inventa un sito internet in cui si propone come esperto di sicurezza sui voli (non senza competenza), uno che ha le idee chiare sul suo ruolo e sa assumersi i suoi rischi. Uno che non vediamo l’ora di guardare in faccia (e nei titoli di coda finalmente appare).

Il mio cane preferisce Tolstoj

Adelmo Santini ha raggiunto una certa notorietà con i suoi programmi radiofonici, televisivi e i suoi libri. Ora che è intorno ai cinquanta se ne sta acquattato nella casa ereditata dai genitori a Borghetto. Viene raggiunto (in modo bizzarro: con consegna a mano da parte di un suo omonimo) da una lettera anonima che lo minaccia di morte. Chiama allora intorno a sé due sodali, il fratello del suo migliore amico morto e un giallista. Con loro cerca di capire chi possa essere animato da risentimento nei suoi confronti e la lista che stila comprende più di duecento nomi. Tante donne; anche se una sola, la sua prima moglie, Vera, ha lasciato in lui un segno profondo. Il mio cane preferisce Tolstoj di Paolo Cioni, pubblicato da Elliot, si propone come una rivisitazione ironica di un'esistenza buttata alla ricerca di facili successi e facili scopate (crudamente scrive Cioni: "la fica: c'è una fase nella vita dell'uomo in cui la quantità e la varietà sono più importanti di tutto il resto"). Posso dire di essere stufa di scrittori italiani con alter ego ingoiati (ancorché pentiti)?

mercoledì 7 dicembre 2016

Warlock

perché ripubblicare ora un tomone di 685 pagine uscito negli Stati Uniti nel 1958 che parla di pistoleri, minatori, bari, sceriffi, infermiere, prostitute? Perché Warlock di Oakley Hall che esce ora da Sur nella limpida traduzione di Tommaso Pincio, è uno di quei romanzi indispensabili per capire l’America, i miti su cui è fondata, i limiti in cui si dibatte. Tutto avviene a fine Ottocento a Warlock, cittadina mineraria del sudovest afflitta da “anarchia, violenza e scempio”, come scrive Henry Holmes Goodpasture nel suo diario, che fa da contrappunto alla narrazione e introduce il punto di vista di un uomo che s’interroga non solo sugli avvenimenti ma anche sulle loro motivazioni. Pur essendo un libro pieno di “cattivi”, Warlock non ne presenta neppure uno del tutto spregevole: persino Abe McQuown e il suo vecchio padre che, con la loro banda rubano bestiame e assaltano diligenze, hanno i loro punti deboli e il loro codice d’onore. I protagonisti del libro, Clay Baisdall (il marshal dalle pistole d’oro e la mira infallibile, sempre vestito di nero, con gli occhi azzurri e la bionda chioma leonina, assoldato dai cittadini per mantenere l’ordine); il suo fascinoso e ambiguo amico Morgan, giocatore e baro; Bud Gannon (il vice sceriffo con la faccia da pugile suonato, che è stato allevato da McQuown e che, inorridito per la strage di messicani da lui ordinata, ha cambiato fronte a costo di abbandonare al suo destino il fratello minore) sono tutti uomini tormentati, costretti a interpretare fino in fondo il ruolo che gli è capitato in sorte. Il vecchio giudice con una gamba sola, maledicendo il frenetico balletto di uccisioni che si svolge sotto i suoi occhi, osserva che “tutti gli uomini sono uguali alla fine, hanno più paura di passare per codardi che di morire”. In questo mondo c’è poco spazio per le donne e le loro istanze: Jess e Kate, i due opposti, l’Angelo dei Minatori e l’ex prostituta, innamorate una di Clay e una di Bud, vengono continuamente frustrate nei loro tentativi di interferire con le logiche maschili. Allo stesso modo i lavoratori della miniera che vorrebbero organizzarsi in sindacato per rispondere al peggioramento delle loro condizioni sono schiacciati senza pietà (altra figura di grande rilievo drammatico è quella del dottore, che cerca di curarli e di consigliarli, e che non riesce neppure a conquistare l’amore della sua adorata Jess, tutta presa dal pistolero). Ed è al cittadino Holmes che Hall affida il suo messaggio finale, dopo i vari duelli e la varia devastazione: “la storia del mondo è forse qualcosa di più di una documentazione di violenza e morte scolpita nella pietra? L’unica giustificazione consiste nel tentativo, non nella conquista,giacché non vi è nessuna conquista; sapere che ogni giorno può nascere con auspici migliori del precedente e terminare in maniera altrettanto orribile se non peggiore. Potranno mai placarsi le forze che conducono gli uomini alla loro fine?”.  Tornare al western non solo per decifrare gli Stati Uniti, ma gli uomini e il loro continuo bisogno di sopraffazione. 

martedì 6 dicembre 2016

come una babbiona

è sempre interessante vedersi con gli occhi degli altri, anche se non sempre è gratificante. Nella sede romana della Mondadori oggi ho incontrato, per intervistarlo, Sandrone Dazieri. Eravamo nella sala riunioni e alle mie spalle c'era un quadro. Ma sei identica, ha detto indicando la babbiona raffigurata nel ritratto: una signora d'altri tempi seduta con accanto il marito, i capelli messi in piega, l'aria austera, gli orecchini, gonna e camicetta. Io, scarmigliata dalla corsa nel freddo, con i miei soliti pantaloni e maglione, in quella signora compassata non vedevo nulla di me; lui ci ha tenuto a fotografarmi accanto a lei, dicendo, separate alla nascita. Essere babbiona e non sentircisi.

I bambini sardi non piangono mai

Gesuino Némus ne I bambini sardi non piangono mai è uno scrittore tornato in Sardegna dopo quarant’anni passati in manicomio. Nel libro che sta scrivendo parla della sua infanzia di pastore e della causa dell’indipendenza della Sardegna per cui verso la fine degli anni sessanta si mobilitano le persone intorno a lui. Marino Terrevazzi è un giovane capitano dei carabinieri da Milano si è trasferito in Ogliastra. Indagando sulla morte di un allevatore sessantenne famoso perché non si lavava mai, Terrevazzi arriva fino a Gesuino e tra le pagine del suo romanzo trova il bandolo dell’intricata matassa (non si tratta di un caso locale: vi è implicato un agente dei Servizi e da Roma arriva anche un colonnello). Matteo Locci, che si nasconde dietro lo pseudonimo di Gesuino e si mette anche in scena come tale, è al suo secondo romanzo (La teologia del cinghiale sempre pubblicato da Elliot gli ha fatto vincere il Campiello opera prima a 58 anni). Siamo dalle parti del giallo, ma il caso da risolvere è un pretesto  per mettere in scena gli ogliastrini, la loro superbia (“si sentono gli unici veri sardi”) il loro orgoglio (i genitori del bambino che ha trovato il cadavere vogliono per prima cosa sapere se lui ha pianto), la loro longevevità (Erviredda ultraottantenne chiama giovanottoni i quaranta cinquantenni) e le loro donne (così toste che al Telefono rosa arrivano solo chiamate di uomini picchiati dalle ogliastrine). Più della trama nei Bambini sardi non piangono mai conta la lingua:  intessuta di letteratura e di dialetto, giocosa, multiforme: una lingua che sa di sudata conquista. 

lunedì 5 dicembre 2016

la coda avvelenata

sabato sera la pizza a casa con amici è degenerata in rissa verbale sul referendum: Stefano e Cinzia ostinatamente difendevano il no, ognuno con le sue motivazioni. Sul gruppo WhatsApp che avevamo costituito per organizzare gite in montagna, da mezz'ora non facciamo che scambiarci commenti velenosi. Ci conosciamo da una vita, qualcuno ogni tanto ha votato in modo diverso dagli altri, ma non ci siamo mai sentiti in contrasto come stavolta. Io stasera non voglio sentire commenti, cerco una nuova serie tv e mi sparo tutte le puntate di fila.

domenica 4 dicembre 2016

Agnus dei


la sequenza iniziale con un grido nel convento e una giovane suora che s’avvia di nascosto nella neve a cercare aiuto fa immaginare il tipico film polacco introverso su violenza e peccato. Ma la regista di Agnus dei è la francese Anne Fontaine, quella di Gemma Bovery, Two mothers, Il mio peggior incubo, film incentrati sulle donne e sui loro desideri nascosti, e raccontando un convento di Varsavia nel 1945 in cui sette suore sono rimaste incinte in seguito agli stupri subiti dai russi durante la guerra, a balzare in primo piano è la reazione individuale di fronte alla maternità subita. Tutte le religiose sono state traumatizzate e per donne che hanno fatto voto di castità anche una visita ginecologica rientra nella categoria dell’inaccettabile. Inoltre c’è il problema della fede: come continuare a credere in Dio dopo aver provato sulla propria pelle la crudeltà dell’uomo? Mathilde, una giovane dottoressa francese, volontaria della Croce Rossa, si trova a fronteggiare l’angoscia delle suore alle prese con il parto in un clima di segretezza forzata. Al fianco di Mathilde finisce per schierarsi Suor Maria, che fa da interprete alle altre non solo dal punto di vista linguistico, mentre la Superiora incarna la chiusura di fronte alle incolpevoli conseguenze del male e il tentativo di ripristinare l’ordine a qualunque costo. Il convento è un microcosmo in cui s’incrociano donne che s’innamorano dei figli frutto della violenza, donne che li ripudiano, donne che vogliono fuggire e dimenticare, donne che vogliono continuare il loro percorso nonostante tutto. C’è anche un dottore ebreo che fa la corte a Mathilde e le dà una mano a fronteggiare il momento dei parti plurimi: a lui il compito di alleggerire la drammaticità della situazione con il suo cinismo autocritico e il conclamato ateismo. Il trattamento Fontaine concede persino allo spettatore un finale commovente e gioioso.

sabato 3 dicembre 2016

Non mi vendere, mamma!


“La maternità surrogata è il trionfo del ricco sul povero, l’ultima frontiera della schiavitù”: ha le idee molto chiare su un tema che divide le coscienze, Barbara Alberti e la sua favola Non vendermi, mamma! pubblicata da nottetempo si riassume tutta nel titolo. C’è Chico, un bambino, che dai primi mesi di gravidanza istaura un dialogo con la madre per convincerla a non cederlo alla coppia che ha fatto impiantare in lei un ovulo fecondato. La mamma, Asia, cresciuta in un orfanatrofio, è una creatura selvatica e fragile, che si è attaccata all’amore per il suo compagno di sventure, Lillo. Dopo aver rubato ed essersi prostituita per lui, Asia acconsente anche a diventare madre per la coppia Trump: i centocinquantamila euro che guadagnerà serviranno a tenere al riparo il suo uomo dai pusher che lo aspettano sotto casa. All’inizio essere incinta al posto di Meggy (la signora Trump, ex modella di biancheria intima, che non vuole rovinarsi la linea ed è venuta in Italia per avere un bambino lontano dai riflettori) per Asia è un’esperienza esaltante: viene portata in una clinica svizzera dove tutti sono al suo servizio e pensa pure di aver trovato degli amici. Poi, essendo una ragazza sveglia, si accorge che i due americani sparlano di lei alle spalle, non hanno nessuna intenzione di portarla con loro e scopre persino che, con la complicità di Lillo, hanno fatto fuori la sua amata cagnetta. Dal canto suo Chico parla incessantemente: fa appello a storie prese da libri e dal film per farle intravedere mondi dove non contano solo i soldi e per convincerla a fuggire con lui. Racconto ironico e appassionato, Non vendermi, mamma! è perfetto per scatenare dibattiti: non c’è nessun moralismo nella presa di posizione di Alberti contro il consumismo genetico, c’è solo la costatazione (presa da Pasolini) che la famiglia è sempre un’associazione a delinquere, ma che ci sono associazioni peggiori di altre.

Matteo ha perso il lavoro



venticinque microstorie che ti lasciano il desiderio di saperne di più su ciascuno dei singoli personaggi colto in un momento particolare della sua vita, più una lunga postfazione che ritorna sulle storie, per gettare luce (e anche ombra) sulle metafore da esse generate, più le foto in bianco e nero di manichini e pezzi di manichini: questo è Matteo ha perso il lavoro dello scrittore portoghese Gonçalo M. Tavares  tradotto da Marika Marianello per nottetempo). Tavares sceglie l’ordine alfabetico per presentare i suoi personaggi ma poi si ferma alla lettera M di Matteo (in realtà introduce anche un certo Nedermeyer, ridotto a vendere le foto del suo matrimonio, ma non gli concede lo spazio di un racconto). C’è l’insegnante che si ostina a fare lezione in una scuola assediata dalla spazzatura, c’è l’uomo che si presenta in un bordello con un pesante cuore artificiale portatile, c’è il cieco che ha fatto tatuare sulla schiena del suo amante la tavola periodica in caratteri braille, c’è il ragazzino che scrive no su qualsiasi supporto, c’è il collezionista di scarafaggi, c’è il marito che ingaggia a sua insaputa una lotta con la moglie a chi pianta la propria bandiera, e infine c’è Matteo che, facendo l’assistente a una donna senza braccia, si trova a disagio con le proprie mani e quelle altrui. Un libro in cui perdersi e un libro in cui ritrovarsi: il gioco intellettuale non è mai fine a se stesso, è come se Tavares volesse esplorare le valenze conoscitive della narrativa e insieme metterci di fronte al fatto che siamo immersi nel disordine e ogni criterio di orientamento è puramente illusorio. Straniante.